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Android visto da un pinguino curioso

Facendo due calcoli a partire dal tweet in cui ho dato notizia dell’acquisto, sono un utente di Android da circa tre settimane. In realtà qualche mese fa avevo già avuto una precedente esperienza con un Android da quattro soldi, ma è solo da quando possiedo un Nexus One che posso dire di aver dedicato meritate morbose attenzioni al sistema operativo mobile più cool del momento.
Durante questo periodo d’uso e di assoluto abuso, ho preso alcuni appunti che adesso voglio regalarvi. Lo avrei fatto anche prima, ma ho cercato di trattenermi dal rendere subito pubbliche le mie prime considerazioni per scongiurare la possibilità di scrivere giudizi avventati o le classiche castronerie del principiante, di quelle che poi procurano vergogna quando vengono rilette a distanza di tempo…
Devo dire però che, a distanza di circa venti giorni, confermo che le impressioni che ho avuto nel primo impatto restano valide. E questa, Signore e Signori, era la chiave di lettura della recensione.

Android è Linux? GNU? Open source?

Togliamoci subito dalle palle la questione più idiota. Android è Linux. Diffidate da chi vi dice altrimenti, prima di tutto perché dice il falso, e poi perché vi porta a discutere su una questione inesistente, sostanzialmente rubandovi del tempo che nessuno vi restituirà mai più. Visto che io ci sono cascato all’epoca, vi risparmio la pena e argomento con alcune precisazioni. Android è basato sul kernel Linux: come potete vedere nella schermata qui a fianco, sul mio Nexus One gira Android 2.3.3 Gingerbread, basato su kernel Linux 2.6.35-e-rotti.
Differente discorso, completamente slegato, è se Android sia GNU/Linux. In questo caso dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa significhi GNU/Linux e perché, ma ad ogni modo direi che no, Android non è GNU. Il sistema è open source e contiene parti GPL, ma che io sappia non derivano dal progetto GNU, del resto tutte le distribuzioni Linux hanno in fin dei conti ben poco di quel che si definisce strettamente GNU.1.
Ovviamente dire che Android è Linux non significa che Android è Ubuntu o Fedora o SUSE ecc… A parte il kernel Linux, tutto il grosso delle API per le applicazioni è fornito da Dalvik, una versione modificata di Java creata da Google. Così come non ci sogneremmo di installare Tux Racer su un orologio Linux o qualsiasi dispositivo Linux embedded, le applicazioni scritte per GNU/X11/GTK|Qt/Linux non girano su Android e viceversathat simple.
In realtà la questione è vissuta male da chi tira in ballo politica, religione e lo stravagante timore che Google si appropri di Linux in qualche modo, se ci pensate sono un po’ le stesse strane paranoie spesso sollevate riguardo a Ubuntu… Ora, se c’è un dibattito in cui non voglio minimamente mettere piede è quello religioso/politico, a me basta sapere che il codice sorgente di Android è aperto e regolarmente rilasciato ad ogni nuova versione e che tale codice, basato sul kernel Linux, pilota il mio smartphone e quello di un numero sempre crescente di utenti, che possono avere un’alternativa aperta ad iOS e altri sistemi proprietari.

Come funziona?

Bene! Il funzionamento di Android, sia su telefoni che su tablet, non si discosta molto da quello di un qualsiasi sistema operativo per smartphone o in generale per dispositivi mobili con schermo ridotto di ultima generazione. Si tratta di caratteristiche essenzialmente dipendenti dall’hardware, che definiscono l’esperienza utente, ne cito alcune:

Elementi comuni a tutti o quasi i sistemi operativi mobili, insomma. La particolarità di Android è la presenza caratteristica di alcuni pulsanti fisici, che ad esempio in iOS sono ridotti ad uno. Escludendo i canonici tasti Accensione/Spegnimento e Volume Su/Giù, nel mio Nexus One, il terminale Android per eccellenza, sono presenti inoltre:

Non tutti i terminali hanno tutti i tasti, ad esempio io farei tranquillamente a meno del tasto di ricerca, anche se qualcuno che lo ritiene in maniera disinteressata molto comodo e indispensabile c’è (leggi: Google). Il Samsung Galaxy S ad esempio non lo ha.
Una volta acceso un terminale Android, sbloccato lo schermo e/o inserito il codice PIN della SIM, ci si presenta una schermata detta home, che può contenere icone/lanciatori, cartelle speciali (es: contatti preferiti) e – caratteristica di Android – i “widget”, piccole applicazioni che restano appiccicate al “desktop”.2

La home disegnata da LauncherPRO, che a destra mostra la panoramica di tutte le home.
L’impostazione predefinita di Android è di avere cinque di questi desktop, che si possono scorrere trascinandoli verso destra o sinistra (quello principale sta al centro, ossia è il terzo), ma questa disposizione è modificabile sia dai produttori che dagli utenti, come tante altre, sostituendo l’applicazione che la gestisce, detta “launcher”. A parte mostrare i desktop, altra funzione caratteristica del launcher è garantire accesso alla cartella delle applicazioni, che non sono mostrate direttamente nelle varie homescreen come in iOS ma raggruppate in una unica vista a scorrimento verticale.
Dicevo che il launcher è solo un’applicazione, liberamente sostituibile, in realtà quasi tutti gli aspetti dell’interfaccia sono costituiti da applicazioni intercambiabili a piacimento. Questa estrema flessibilità può spiazzare, perché non siamo abituati a ragionare in termine di “applicazioni” anche per funzionalità che saremmo portati a ritenere funzioni primarie di un telefono: ad esempio il “dialer”, il tastierino numerico che permette di effettuare chiamate, è un’applicazione; per leggere/scrivere sms viene lanciata un’applicazione, e così via… tutte parti sostituibili (in realtà non si tratta proprio di sostituire, quanto di affiancare, come vi mostro più avanti).

La sbatteria

Questo è un punto dolente per tutti gli smartphone. Una cosa che non vi dicono nelle pubblicità sbrilluccicose di tutti i terminali attualmente in commercio (compresi quelli più magici) è che dal momento in cui ne comprate uno, vi trasformerete in schiavi della sua batteria e vivrete ossessionati dalla presenza di prese di corrente.
Il motivo è che uno smartphone non è un telefono, o meglio non è solo un telefono, o meglio ancora: quella di telefonare è solo una tra le centinaia di funzionalità integrate o con cui è possibile estenderne l’esperienza d’uso. Stiamo parlando infatti di computer in miniatura che permettono ad esempio di utilizzare decine e decine di servizi online quali Twitter, Facebook, Foursquare, Mappe/Navigatore (in certi casi il mio Nexux One batte a occhi chiusi il mio TomTom), e infinite applicazioni web-based, oltre ad essere una console portatile per giochi sempre più avanzati, una foto/videocamera che in molti modelli sostituisce tranquillamente un dispositivo compatto dedicato, un lettore multimediale completo, un lettore di quotidiani, una agenda personale e insomma – per farla breve – una lunga serie di “chi più ne ha, più ne metta”.
La stragrande maggioranza di funzionalità sopra elencate, che siano native o visualizzate dentro il browser basato su WebKit, consuma ovviamente batteria, e tutte sono inutilizzabili o meno godibili senza una connessione dati sempre attiva, che sia 2/3G o Wifi, che a sua volta consuma molta batteria, e sono tutte mostrate all’utente su uno schermo che va da meno di tre pollici per i modelli più scrausi agli oltre quattro pollici3 per alcuni modelli di fascia alta, e lo schermo, manco a dirlo, succhia tantissima batteria! Sembrerebbe che Samsung stia lavorando ad un tipo di schermo a nanocosi che viene ricaricato ogni volta che lo sfioriamo, quella sarebbe la vera svolta.

L’utilizzo della batteria da parte delle applicazioni e in un grafico storico.
Forse Google potrebbe fare di più per dotare Android di sistemi che limitino il consumo esagerato di batteria, che secondo alcuni è leggermente superiore ai consumi di Windows Phone 7 o iOS. Non ho dati o confronti di prima mano a riguardo, sono comunque portato a pensare che il problema sia non tanto nel sistema operativo quanto nel funzionamento stesso di uno smartphone, sempre connesso e con un grande schermo da alimentare. Che la situazione sia sgradita a molti lo si nota anche dall’abbondanza di soluzioni per ridurre i consumi, io sto usando con qualche soddisfazione un’applicazione chiamata Android CPU Tuner4, che a dispetto del nome non si limita solo a scalare la frequenza del processore (Il Nexus One ne ha uno da 1GHz), ma all’occorrenza disabilita il traffico dati, tramite un intricato sistema che confronta alcuni profili pre-impostati e il livello di carica residua della batteria.
Allo stato dei fatti, i produttori di tutti i sistemi operativi mobili devono escogitare ottimizzazioni per tentare di ridurre i consumi e garantire mezz’ora in più di autonomia lontano da una presa di corrente. Attualmente credo di poter dire che ci si può ritenere soddisfatti se con un uso “normale” si riesce ad arrivare fino a sera con qualche residuo di carica. A me capita raramente, e il mio uso quotidiano è fatto di una dozzina di brevi utilizzi per ogni applicazione “sociale” come Twitter, Friendfeed, Facebook5 e naturalmente Pollycoke, controllo della posta, pochi sms, qualche telefonata breve ed eccezionalmente telefonate lunghe. Ecco, da quando ho uno smartphone, ogni volta che mi chiama un’amica per flirtare mi devo forzare a non pensare a quanto mi costi in termini di batteria -.-
Spesso quando si parla di questi aspetti di Android, la soluzione proposta è: “per telefonare fatti un Nokia da €29!”, e allora…

Android vs “il Nokia da €29”

Io ho avuto vari Nokia, nessuno da €29 (il famigerato 6630 mi era costato un botto) ma tutti con Symbian, l’attuale sistema operativo di ogni Nokia di fascia bassa. E beh, non c’è storia: se parliamo esclusivamente della parte telefonica, stravince il Nokia da €29! Il confronto con il famigerato telefono da quattro soldi non è così scontato a favore di Android, come si potrebbe pensare, non solo in termini di durata della batteria ma proprio per la qualità dell’esperienza utente.
Se venite come me da una lunga relazione con Nokia, vi sorprenderete nel constatare quanto vi mancheranno certi dettagli infinitesimi che avete sempre dato per scontato in un telefono e che invece in Android mancano o possono essere ottenute solo installando tante applicazioni quanti sono i dettagli che vi mancano. Senza un preciso ordine di importanza, citerei solo alcune tra le caratteristiche vincenti già integrate nel Nokia da €29:

  1. Le suonerie anti-infarto che, invece di arrivare già al massimo volume, hanno l’opzione per iniziare con una sfumatura sommessa e sono in genere precedute dalla vibrazione e l’illuminazione del display – c’è un’app per questo (cit);
  2. La gestione dei contatti e la possibilità di creare gruppi a cui attribuire una suoneria personalizzata – non so se c’è un’app per questo;
  3. I profili! Avere la possibilità di mettere il telefono modalità silenziosa (tutti i suoni disabilitati), riunione (solo certi suoni, suoneria discreta), all’aperto (suoneria al massimo) e soprattutto creare altri profili personalizzati… In Android c’è solo normale e muto – c’è un’app per questo.
  4. L’ergonomia della gestione degli SMS, con le principali azioni (Elimina, Rispondi) in bella evidenza e con la suddivisione in ricevuti, inviati, bozze… – ci sono molte app per questo;
  5. La generale lentezza nel rispondere alle chiamate o terminarle, che dovrebbero essere operazioni istantanee. In parte forse dovuta all’uso di touchscreen (per rispondere bisogna effettuare uno slide) e la mancanza dei canonici tasti verde e rosso.
  6. Tanti altri vari&eventuali bei ricordi di Nokia che ognuno predilige e che non è detto abbiano un’app dedicata.

Sebbene io sia adesso un utente Android e il mio Nokia giaccia freddo sulla scrivania, non liquiderò mai con sufficienza le lamentele di chi viene da Nokia, al contrario sarò il primo a sostenere l’eccellenza del comparto telefonico di Symbian. Quelle che ho brevemente descritto – insieme a tantissime altre – non sono solo finezze e dettagli “capricciosi” di utenti esigenti, sono la differenza tra l’indimenticabile, coerente e completa esperienza utente Nokia da una parte, e il mondo delle possibilità infinite, confusionarie e slegate di Android dall’altra. Non pretenderete infatti che tutte le app abbiano uno stesso stile, aspetto, convenzioni per le traduzioni, qualità, stabilità ecc ecc.
Tutto ciò fa pesare ancora di più la tragedia (si fa per dire) di quanto Nokia si sia persa negli ultimi anni, e che non abbia fatto il salto ad Android, ci ha precluso la possibilità di avere quella esperienza utente anche sul nostro sistema operativo preferito.

Le applicazioni e il Market

Se usate almeno un paio di applicazioni Google, amerete Android. Com’è logico aspettarsi, nessun sistema operativo, fisso o mobile che sia (ehi ma non ho ancora provato ChromeOS), può battere l’integrazione intima che c’è tra le tante applicazioni Google e Android: contatti, email, calendario, mappe… è tutto gestito tramite il vostro o i vostri account Google, che possono essere gestiti in contemporanea senza alcun problema6.
Ovviamente, tutte le applicazioni web-based andranno benone con il vostro Android, coff coff pollycoke mobile coff… ma cosa sarebbe un computer tascabile senza un parco software nativo da installare e disinstallare in maniera compulsiva? Una delle principali garanzie di modularità, nonché punto di forza e di vanto nel marketing di ogni sistema operativo mobile, è ormai la quantità di applicazioni disponibili e pronte per essere installate in pochi click. Ormai si parla di circa 150 mila applicazioni per Android, ogni mese ne vengono aggiunte una decina di migliaia e inizia anche a diventare complicato tenere traccia di tutto.

Per questo e tanti altri motivi nasce il Market di Android, un comodo-ma-non-troppo sistema a disposizione degli sviluppatori per rendere disponibili e promuovere le proprie creazioni, e degli utenti per trovare, installare, provare, commentare e votare, il tutto sia gratis che a pagamento (per cifre che di solito si aggirano intorno ad un euro). Il Market è suddiviso piuttosto grossolanamente nelle sezioni Applicazioni, Giochi e Widget, ognuna di esse organizzate in sottosezioni gratis e a pagamento. Non c’è (ancora) la possibilità di ordinare in base a prezzo, numero di scaricamenti, giudizio degli utenti o data di rilascio/aggiornamento.
A differenza dell’App Store di iOS, in cui Apple esercita un controllo costante e oppressivo ma in qualche modo garantendo che i propri utenti siano sempre sicuri e tutelati, Google lascia il Market di Android molto più libero, che così ha appunto un approccio da mercato rionale più che da negozio. Meno controlli e meno atteggiamenti censori significa più libertà di scelta, che ci piace, ma anche potenzialmente più rischi, come quello che ha preso corpo di recente, con la scoperta di applicazioni contenenti virus, immediatamente ritirate dal Market dopo che avevano comunque infettato decine di migliaia di dispositivi.
Al di là delle considerazioni sulla sicurezza, usare il Market è davvero comodo: non è affatto raro iniziare a cercare qualcosa e nel frattempo trovarsi ad installare decine di applicazioni “tanto per provarle”, specialmente considerando che molte sono gratuite e che anche quando sono a pagamento, per pochi spiccioli si trovano a un solo un paio di click dall’installazione. Questo contribuisce a far sì che ogni Androide sia uguale solo a se stesso…

I market alternativi

A sostegno della tesi che ogni Android può differire significativamente dall’altro, e che l’ecosistema libero messo su da Google stia crescendo forte e sano, ultimamente c’è molto fermento in un settore molto strategico, quello dei market alternativi al Market ufficiale di Google.
Facendo una rapida ricerca per “android alternative market” si viene a conoscenza di molti nomi semi-sconosciuti di market già attivi, ad esempio SlideMe, AndAppStore, Leaf Open Market, Handango, AndroidGear, Phoload, Mobihand, AppsLib, Insyde Market, NetDragon, KUQU, Noverca, GetJar e sicuramente molti altri. Tra tutti però – notizia recente – spicca quello che mi sembra più degno di nota, l’imminente App Store di Amazon.
È ancora presto per recensirlo, dal momento che al lancio sarà disponibile solo per il mercato USA e solo dopo verrà esteso ad altri paesi, ma ritengo il market di Amazon più degno di nota e decisamente strategico per molte ragioni. Prima di tutto ci sarà Amazon dietro, particolare che già da solo dovrebbe garantire serietà, poi le linee guida dovrebbero privilegiare la qualità delle applicazioni rispetto alla quantità, e infine il fatto che ci sia Amazon dietro. O l’avevo già detto?

Ma allora è proprio come una distribuzione Linux!

No. O meglio, non come impostazione predefinita. Non si può semplicemente disinstallare il dialer o il launcher predefiniti e sostituirli con altri presi dal Market, che magari preferiamo perché sono più personalizzabili o più funzionali o giusto perché possiamo farlo e quindi lo facciamo.
Il sistema operativo è sì libero, ma si tratta pur sempre di telefoni distribuiti da nomi come Motorola, Acer, LG, Samsung, HTC e molti altri, aziende che non nutrono tutto questo interesse nel fatto che voi troviate divertente sminchiarli e che per scoraggiare tali pratiche messe in atto dagli utenti più “smanettoni”, li bloccano o cercano di porre dei limiti, quasi sempre più nominali che altro ma alcune volte insormontabili.
Per disinstallare un’applicazione che fa parte della ROM si devono avere i permessi di scrittura su filesystem7, privilegio che si ottiene effettuando modifiche abbastanza pesanti (in alcuni casi serve un bootloader sbloccato, operazione che invalida la garanzia).
Dove possibile, è diffusa tra gli utenti di Android l’usanza di cambiare del tutto la ROM, “flashando” l’equivalente di una nuova distribuzione al posto di quella predefinita. Ne esistono di diverse per ogni telefono, specialmente perché ogni dispositivo ha hardware differente: la più popolare è la ROM denominata CyanogenMod, basata sui sorgenti di Android, apprezzata per le ottime prestazioni e secondo molti anche per l’efficienza che permette di prolungare la durata di una carica della batteria.
Proprio il genere di flessibilità e apertura che permettono di avere CyanogenMod e tante altre ROM alternative, oltre a quelle dei produttori, ci porterà forse ad avere il più interessante sviluppo…

Android senza Google

Riassumendo: basato su Linux, open source, facile e immediato utilizzo, funzionalità infinitamente estensibili, piattaforma insuperabile per utilizzare le Google Apps, market alternativi liberamente utilizzabili, possibilità per la comunità di sviluppatori di creare da zero ROM contenenti solo l’essenziale… Ehi è tutto molto bello! Ma in tutto questo, dove si trova il GrandeG8 e cosa succede se non si è esattamente fan di Google?
La posizione di Google si può riassumere nel seguente slogan che ho appena inventato: “Noi ci saremo”. A Page e Brin non frega una fava secca se voi flashate ROM o installate da market sconosciuti o invalidate la garanzia dei vostri telefoni, a loro non interessa nemmeno che facciate i bravi cittadini e rispettiate la GPL o la ASL. L’unica cosa che preme loro è avere la ricerca e la pubblicità di Google ovunque. Finché saranno il motore di ricerca preferito e avranno la possibilità di schiaffare pubblicità nelle applicazioni saranno contenti e per ottenere lo scopo sono coscienti che basta dare a produttori, sviluppatori e utenti quel che vogliono: ossia una piattaforma aperta e un modello di sviluppo e una strategia di marketing ancora più aperti.
Android è uno dei pochi esempi in cui accontentando tutti si accontentano effettivamente tutti. I produttori hanno una solida piattaforma da poter estendere con le proprie personalizzazioni (es. HTC Sense) e – grazie alla licenza Apache – senza dover per forza ridistribuirne tutte le parti. Gli sviluppatori sanno che possono contribuire con fiducia al codice perché il risultato del lavoro di tutti è open source e dunque patrimonio dell’umanità, la maggior parte degli utenti ha ottimi dispositivi a buoni prezzi, gli utenti “smanettoni” sanno che hanno tanta di quella libertà di scelta che c’è da avere le vertigini.
Concentriamoci sull’ultima categoria per ragionare una possibilità tra le più interessanti: avere Android senza Google. Al momento, ogni volta che un nuovo terminale Android viene acceso per la prima volta, nel 99% dei casi viene chiesto al nuovo androidiano di inserire le sue credenziali Google per poter accedere al Market, a GMail, ai propri contatti che – ebbene sì – nella maggior parte dei casi sono sincronizzati con il proprio account Google, e a tutta una serie di servizi, praticamente la quasi totalità delle funzioni del telefono. Questa cosa ci piace? Do per scontato che la risposta dei più sia: “perché? non lo so, dipende, forse… ommioddio no!
In effetti non è bello sapere di portarsi sempre appresso un dispositivo che invia a Google i numeri di telefono dei nostri amici e famigliari, che può conoscere la nostra posizione in ogni momento (tramite il GPS integrato) e che sa praticamente tutte le informazioni che vogliamo condividere con la rete, per comodità. Non perché abbiamo nulla da nascondere (ma anche sì), o perché abbiamo in mente di rovesciare il governo degli Stati Uniti Mondiali, ma perché magari abbiamo presente il colossale passo falso compiuto da Google quando ha lanciato Google Buzz, violando in un colpo solo la privacy di milioni di utenti…
Beh, per fortuna in via teorica – e nei prossimi mesi non solo teorica – sarà sempre più facile imbattersi in terminali Android senza Google. La presenza, discussa sopra, di market alternativi ha potenzialità e implicazioni future ancora largamente ignorate ma secondo me molto importanti, e costituisce un primo passo verso la possibilità di avere uno smartphone Android che non chieda le credenziali Google ad ogni nuova attivazione, ma che a farlo siano le singole applicazioni Google che usiamo (ad esempio l’insostituibile GMaps), proprio come succede adesso per Twitter o Pollycoke qualsiasi altro servizio di terze parti.
Ecco, portare Google al livello di altri servizi di terze parti.

Conclusioni

La diffusione capillare di produttori di smartphone che stanno scegliendo Android, dagli USA alla Cina senza passare per la Finlandia, è garanzia sufficiente per fidarsi della bontà del “prodotto”. Il modello di sviluppo è per noi accettabile, anche se non mancano le ovvie incomprensioni; chiunque dotato delle necessarie competenze può mettere mano al sistema in maniera anche profonda; l’emergenza di market alternativi e di produttori e sviluppatori indipendenti interessati a fornire Android senza la presenza ingombrante di Google, porterà ad avere una competizione sempre più meritocratica.
Si prospettano in generale interessanti novità per Android, che ormai si avvia inarrestabile a dominare il mondo dei sistemi operativi mobili e ha già recuperato lo svantaggio iniziale che aveva nei confronti di Apple iOS, prendendo ormai il suo posto. Grazie all’aggressività innovatrice dei produttori asiatici infatti, i primati di telefono con schermo più leggibile, spessore più sottile, tecnologie avanzate come la NFC del Nexus S9, potenza dei terminali, qualità e robustezza dei materiali, compatibilità e connettività… sono tutti appartenenti a telefoni Android.
Se fate parte della minoranza non android-munita e siete ancora indecisi, vi consiglio di compiere il passo e di prenderne uno ieri. Se siete dei curiosi (e se non lo siete mi chiedo cosa diavolo facciate su pollycoke) fatelo e non vi pentirete della quantità di spunti di apprendimento con cui potrete confrontarvi. Se volete considerare l’aspetto economico e vi sembra sbagliato spendere €500 per uno smartphone avete il mio sostegno morale: evitate di spendere cifre ridicole ma vi consiglio di non accontentarvi di un cinafonino sottocosto qualsiasi, tenete d’occhio siti di commercio online per trovare offerte di buoni terminali e non dimenticate di seguire pollycoke :)10

Note all'articolo

  1. Giusto per rendervi conto, vi siete mai chiesti quali e quante sono queste fantomatiche parti GNU? Beh, qui c’è la lista completa di software GNU, vi bastano due minuti per leggerla, principalmente perché i nomi sono tutti accozzaglie di consonanti :D []
  2. Sì, esatto, come i plasmoidi… ma su Android giuro che hanno un senso. []
  3. avete capito bene, praticamente significa portarsi appresso un tablet come telefono []
  4. Altre prove che potete effettuare sono Juice Defender e setCPU. []
  5. Giusto per mettere in ignore l’evento idiota del giorno []
  6. Se si escludono quelli vostri mentali, tipo schizofrenia e presonalità multiple. []
  7. Non mi sono ancora spinto fino a quel punto, cercate informazioni su “s-off” per sapere cosa questo comporti []
  8. E non mi riferisco al Punto G, quello lo sanno tutti che è nel cervello []
  9. Near Field Communication, che consentirà tra le altre cose di effettuare pagamenti usando il telefono come una sorta di carta di credito []
  10. Grazie ancora Roberto Perra per la dritta del Nexus One a €250! []
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